Beni sequestrati e confiscati
Nell’ambito dell’amministrazione e della destinazione dei beni sequestrati e confiscati siamo di fronte ad un quadro significativo per il numero complessivo di beni e per le esperienze di gestione che nel corso degli anni si sono realizzate. Eppure da alcune sommarie considerazioni del fenomeno se ne trae la netta convinzione che le norme vigenti e gli strumenti di sostegno che lo Stato mette a sostegno della gestione di tali beni siano del tutto insufficienti. Ad esempio il lavoro delle coop sociali che operano nei terreni confiscati ,si è potuto realizzare in virtù di un impegno straordinario del movimento sociale antimafia, che in primo luogo ha saputo costruire una rete di solidarietà attiva molto diffusa sul territorio, fatta di soggetti economici ed istituzionali.
Nel caso delle aziende, le prime criticità che emergono sono normalmente:il blocco dei finanziamenti da parte delle banche che, invocando regole comunitarie, negano la linea di credito concessa fino al giorno prima; la rarefazione delle commesse,che al contrario,prima del sequestro dell’azienda erano invece fiorenti perché i clienti si sentivano,tra l’altro garantiti sotto il profilo della sicurezza e non molestati dalla criminalità; i diritti dei lavoratori,i quali,mentre subivano una condizione prevalentemente di non emersione e di assenza di regole contrattuali,richiedono,come è giusto,una condizione di parità con i lavoratori della stessa categoria. Fra questi diritti non va dimenticato in primo luogo la tutela del rapporto di lavoro o, per una fase eventualmente transitoria,il sostegno al loro reddito.
In questo contesto c’ è poi da considerare sia i tempi non brevi che intercorrono fra il sequestro e la confisca e fra la confisca definitiva e l’assegnazione del bene,sia il grado di professionalità dell’amministratore giudiziario.
Il primo caso, quello dei tempi lunghi, il deterioramento del bene è cosa quasi certa. Nel secondo caso quello della professionalità dell’amministratore, di trovare spesso bravi amministratori che riescono anche ad interpretare un ruolo tipicamente imprenditoriale,mantenendo l’azienda sul mercato,ma in molti casi,l’insufficienza professionale o una vocazione diversa dell’amministratore giudiziario fanno deperire rapidamente il bene fino a portarlo alla liquidazione.
Come si può facilmente costatare dai dati il “fenomeno” dei sequestri e delle confische, grazie all’importante azione di contrasto dell’Autorità Giudiziaria e delle Forze dell’Ordine è fortemente aumentato. Così com’è cambiata la composizione dei beni confiscati dal punto di vista della consistenza patrimoniale. Sono, infatti, più numerose di prima le imprese che hanno una significativa struttura economica.
Da ciò possiamo presumere che sempre di più assisteremo a sequestri e confische di beni con assetti societari di particolare spessore e d’impatto sociale ed economico assai consistenti. Tutto ciò rende necessaria una rinnovata attenzione alle diverse fasi che caratterizzano l’intero processo dal sequestro alla nuova gestione “legale” del bene che viene assegnato. Da tutto questo vogliamo indicare alcuni terreni di lavoro.
Se il bene che viene sottoposto a uno dei due provvedimenti giudiziari, è un’azienda o comunque un’entità produttiva o commerciale,la situazione concernente i fornitori e agli acquirenti, che fino al giorno prima avevano con l’azienda normali rapporti,immediatamente precipita. La prima cosa da fare è garantire i lavoratori nel loro reddito fino al risanamento della situazione. A essi ,attraverso procedure rapide,vanno applicati gli strumenti di sostegno al reddito previsti dalle norme generali. Oggi non è purtroppo così e per questo chiediamo una norma precisa che consenta, attraverso lo snellimento delle procedure, di dare ai lavoratori certezze del diritto al sostegno al reddito.
Il primo anello della catena riguardante la presa in carico del bene è rappresentato dalla figura dell’Amministratore Giudiziario. La situazione che abbiamo fotografato rende inderogabile e urgente un intervento mirato ad avere professionalità adeguate che non sempre sono rinvenibili nella tradizionale struttura degli Amministratori Giudiziari.
A questo proposito riteniamo quanto mai opportuno la costruzione da parte del Governo di un’attività permanente,da realizzare anche in collaborazione con l’università,di formazione continua per coloro che sono iscritti all’albo degli amministratori giudiziari. Il loro ruolo non può essere solamente quello di amministrare il bene con l’ottica della tenuta amministrativa. In questo caso occorre che l’amministratore agisca anche in un’ottica aziendale,in modo da tenere assieme la produttività del bene, il rapporto fra ciò che il bene produce il sistema dei fornitori e quello degli utilizzatori, il rispetto delle norme contrattuali e la tutela dei diritti dei lavoratori. Per questo pensiamo che l’accreditamento dei soggetti presso l’albo nazionale degli amministratori giudiziari non possa essere un fatto meramente burocratico e formale. L’accreditamento deve avvenire considerando appunto anche le altre caratteristiche di natura manageriale.
A nostro avviso ancor prima di assegnare il bene è utile determinare alcuni cambiamenti nella norma e nella prassi in modo da mettere il soggetto assegnatario nelle condizioni di poter agire con il massimo di operatività.
La norma ad esempio non prevede che l’assegnazione debba avvenire di fronte ad una manifestazione di interesse sostenuta da un’idea progetto che abbia requisiti definiti. Oltre a questo, che è un aspetto contenutistico,riteniamo altrettanto importante il metodo con il quale il progetto viene definito e validato.
Noi pensiamo a un metodo che assegni alle istituzioni locali e all’agenzia il ruolo di decisori, ma pensiamo anche che questo ruolo debba essere esercitato a fronte di un coinvolgimento dei soggetti sociali più rappresentativi nel territorio interessato,in modo che il loro protagonismo e la loro condivisione sia un fattore di maggiore garanzia della validità del progetto e possa essere utile nell’affrontare in seguito le problematiche legate alla gestione del bene.
Riteniamo altresì importante che i beni siano assegnati liberi da criticità e da gravami che, come abbiamo visto dall’esperienza concreta ,portano la gestione del bene in una condizione di inagibilità. Insomma pensiamo che l’Agenzia debba svolgere un’azione preventiva di risanamento e di ripulitura del bene,senza la quale il futuro rischia di essere fortemente compromesso.
Oltre a soggetti terzi ,così come del resto è previsto dalla norma, anche gli enti territoriali possono gestire direttamente i beni immobili o comunque prenderli in carico. Spesso tuttavia i comuni non hanno le risorse necessarie per realizzare progetti di recupero o di pubblica utilità che sarebbero importanti e possibili. Noi pensiamo che una legislazione di sostegno, aggiuntiva a quella esistente e a carico della dimensione regionale,potrebbe essere una strada praticabile. Pensiamo cioè a leggi regionali specifiche (già oggi alcune regioni hanno deliberato a questo proposito) che mettano a disposizione dei comuni risorse finalizzate al raggiungimento di questi obiettivi,o strumenti di finanziamento dedicati al sostegno di questi interventi.
Quando un bene assegnato inizia la sua attività nell’ambito di un agire pienamente legale si trova come abbiamo visto di fronte a molteplici problemi. I casi sono molti e diversi fra loro per cui possiamo affermare che non sia possibile immaginare di definire un modello universale. La prima cosa da fare è quella di far tesoro di quelle buone pratiche che alcune esperienze ci stanno a indicare. La seconda è quella di provare ad introdurre qualche innovazione pratica in modo da produrre qualche sperimentazione che potrebbe consolidare e sviluppare quelle che abbiamo poco fa definito “buone pratiche”. La terza cosa da fare è quella di introdurre qualche modifica normativa che proprio l’esperienza pratica ci sta indicando.
Se provassimo ad esempio ad utilizzare una parte dei proventi derivanti dai beni mobili sequestrati per risanare i beni immobili sequestrati e deteriorati, e affidassimo questo compito ad aziende edili sequestrate e assegnate,o prese in carico,noi potremmo introdurre un circolo virtuoso molto importante soprattutto nella fase di risanamento e di ricostruzione commerciale e produttiva di un’azienda confiscata. Con il vantaggio innegabile di fare ad esempio sinergia con gli enti territoriali nell’opera importante di ristrutturazione dei beni immobili da riutilizzare.
La vasta esperienza che riguarda la gestione delle terre confiscate ha messo in moto una rete di soggetti solidali che sostengono le cooperative sociali assegnatarie dei beni.
La prima osservazione da fare riguarda il fatto che questa rete non ha alcuno strumento di sostegno al quale poter far riferimento. Più in generale le attività che nascono dalla gestione dei beni confiscati non possono contare,come a nostro avviso sarebbe necessario,su uno strumento che ,oltre all’agenzia nazionale,sia incaricato di accompagnare il percorso difficile di uscita dall’illegalità. Pensiamo cioè ad uno strumento dedicato che attivi ricerca di mercato, formazione professionale e manageriale, sostegno finanziario anche attraverso operazioni di garanzia nei confronti degli istituti bancari. A tale proposito c’è da segnalare che manca una convenzione nazionale organica fra il Governo e il sistema bancario relativa alle problematiche sollevate dalle confische e dai sequestri. Tale atto sarebbe quanto meno doveroso e necessario al fine di evitare, fra le altre cose, che si procedesse, come avviene adesso e con immense difficoltà, affrontando caso per caso. Senza avere un punto di riferimento su queste tematiche, affrontare problemi come quelli delle ipoteche,o dell’accesso ai finanziamenti è indubbiamente più complicato e lascia molta discrezionalità.
La seconda osservazione da fare è che la partecipazione a questa rete di solidarietà e di sostegno vede la colpevole assenza delle associazioni d’impresa. A parte la lega delle cooperative e le aziende a lei associate che collaborano con le associazioni che compongono il movimento antimafia,tutte le altre associazioni imprenditoriali non si sono mai cimentate su un impegno concreto in tal senso. Eppure l’immenso patrimonio economico e produttivo derivato dalle confische rappresenta una ricchezza straordinaria che come stanno a dimostrare alcune importanti esperienze può dare un contributo non indifferente al nostro sviluppo economico.
Siamo cioè convinti che oltre alle doverose denunce circa le connivenze e le pressioni esercitate dalle mafie sul sistema produttivo(minacce, estorsioni, usura, pizzo ecc.) sia altrettanto doveroso che le associazioni di impresa contribuiscano in maniera sostanziale alla realizzazione dell’obiettivo fondamentale di rendere produttive e autonome le gestioni dei beni confiscati.
L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, attraverso la definizione delle Linee Guida previste dalla legge, dovrebbe dare gli opportuni input per affrontare sotto l’aspetto economico, aziendale, delle relazioni sindacali e sociale i diversi aspetti di questa fase della lotta alle mafie.


