Contraffazione e tracciabilità

Negli ultimi 10 anni il mercato mondiale del “falso” ha avuto un incremento del 1.600% ed i relativi scambi mondiali di tali prodotti raggiungono il 10% del totale per un valore di 450 miliardi di dollari (World Trade Organization e OCSE).

La Camera di Commercio Internazionale valuta che ogni anno si vendano beni contraffatti per un valore di circa 600  miliardi di dollari. In questo dato sono infatti considerati, anche, quei prodotti contraffatti commercializzati all’interno dello stesso Paese di produzione. Sempre negli ultimi 10 anni si stima che siano stati persi, nel mondo, 270.000 posti di lavoro regolari, in Europa 125.000, in Italia 40.000. Inutile sottolineare che si parla sempre di “calcoli” o di “stime”, spesso in contrasto tra loro, per ovvi motivi legati alla natura stessa del fenomeno ed agli interessi politici ed economici in campo.

Tra i settori prevalentemente interessati dal fenomeno della contraffazione vi sono : Moda e abbigliamento; pirateria musicale, audiovisiva e software; giocattoli; farmaceutica; cosmesi; agroalimentare; ricambi auto. Praticamente non esiste alcun settore “immune”. La battaglia in sede comunitaria relativa al “Made in….”, particolarmente significativa per il settore moda, è stata in parte gestita male ed in parte sottovalutata. Si pensi alla situazione italiana, dove eravamo unico Paese (particolarmente interessato per cultura e tradizione) con protocolli sottoscritti da associazioni sindacali datoriali e dei lavoratori, ma nessun sostegno convinto da parte del Governo. Vale forse la pena ricordare che in Italia, nel settore farmaceutico, dal 2003 è utilizzato un bollino di identificazione a lettura ottica, che consente di seguire tutte le fasi di vita del singolo prodotto. Questo per dire che le tecnologie, volendo, consentirebbero una reale “tracciabilità” di tutti i prodotti, garantendo quindi possibilità di controllo su qualità, salute dei consumatori, produzione, commercializzazione. Ma, tornando al settore moda, un imprenditore in Italia, che produce dovunque nel mondo, in condizioni del tutto sconosciute ed incontrollabili, che importa poi i relativi prodotti ai quali, dopo controlli interni applica il proprio marchio potrà, nel perfetto rispetto delle norme oggi vigenti, apporre anche l’etichetta “Made in Italy”!

La contraffazione è molto remunerativa ed i rischi connessi sono piuttosto bassi, anche perché l’intera materia, in quasi tutti i settori, è poco regolamentata. La stessa globalizzazione, l’apertura di nuovi mercati, la circolazione e la diffusione delle merci, ha reso particolarmente interessante, questo nuovo “settore”, per la criminalità organizzata che, in molti casi, ha scoperto come investire le proprie risorse correndo meno rischi e traendo maggiori profitti.
Le frodi rappresentano una grave criticità per il settore agroalimentare italiano. Le ricorrenti emergenze registrate negli ultimi anni in Europa (come la «mucca pazza» o le contaminazioni da diossina) hanno aumentato la sensibilità dei consumatori verso la sicurezza alimentare. Oggi i consumatori formulano, infatti, precise domande alle imprese del settore richiedendo prodotti alimentari di qualità in grado di garantire, accanto ad un elevato valore nutrizionale, specifiche caratteristiche organolettiche ed eccellenti proprietà salutistiche. Gli eventi criminosi che caratterizzano il settore riducono, d’altronde, la qualità dei prodotti acquistati dai consumatori, danneggiando allo stesso tempo anche le imprese impegnate a garantire gli elevati standard del Made in Italy alimentare.
Le frodi alimentari costituiscono un fenomeno complesso dove accanto alle procedure di adulterazione e di sofisticazione che arrecano danni diretti alla salute dei consumatori si rilevano azioni di falsificazione e di contraffazione che provocano perdite economiche per la collettività e, in particolare, per le imprese e gli operatori del settore.

Per questo sia l'educazione al consumo critico che una riflessione sugli stili di vita potrebbero aiutare a migliorare la qualità di selezione nella scelta dei prodotti spostando il mercato su segmenti più tutelati in termini di certificazione e verifica della tracciabilità e intervenire sugli interessi delle economie illegali sul controllo della grande distribuzione organizzata e dei mercati generali laddove la contraffazione determina vantaggi economici    sui ricavi derivanti da costo basso delle merci e prezzi al dettaglio imposti per la predominanza e il potere di condizionamento sul mercato.

In Italia le attività di vigilanza e controllo eseguite dai diversi i soggetti coinvolti (ASL, SIAN, Servizi Veterinari, ARPA, Istituti Zooprofilattici Sperimentali, Uffici Territoriali del Ministero della Salute, Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane) hanno evidenziato 54.858 casi di infrazione (pari all’11,7% del totale dei controlli effettuati) che hanno riguardato in particolare problemi nell’igiene generale, nell’igiene del personale e delle strutture e di non corretta applicazione dell’HACCP.

Anche i controlli effettuati nel 2009 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF), l’organo di controllo ufficiale del Ministero delle politiche agricole e forestali, hanno rilevato 2436 casi di ditte irregolari (11,6% del totale dei controlli effettuati) con oltre 62.000 prodotti adulterati, sofisticati, contraffatti e falsificati per un valore complessivo di 16 miliardi di euro.

Una specifica attenzione meritano i fenomeni di falsificazione e di contraffazione che riguardano il made in Italy alimentare. Le contraffazioni nell’agroalimentare hanno, infatti, raggiunto un considerevole valore attestandosi sui 1,1 miliardi di euro nel 2008. Si tratta peraltro di un dato ampiamente sottostimato pensando che in questo calcolo si considerano esclusivamente le vendite di prodotti alimentari contraffatti sul mercato interno, senza contemplare le altre merci irregolari che partono dall’Italia verso l’estero.

I fenomeni di falsificazione e di contraffazione colpiscono particolarmente il nostro sistema agroalimentare nazionale che basa la sua competitività internazionale sulla qualità e tipicità delle sue produzioni testimoniata dall’elevato numero di prodotti italiani che possono fregiarsi di marchi comunitari (143 DOP, 85 IGP e 2 STG).

Su questi prodotti si concentra l’attenzione delle organizzazioni criminali che facendo leva sull’Italian sounding sfruttano la reputazione dei prodotti del Made in Italy nel settore agroalimentare per immettere sul mercato internazionale prodotti falsi e contraffatti.  Si diffondono fenomeni di pirateria agroalimentare internazionale che utilizzando denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia pubblicizzano e commercializzano prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Recenti stime indicano che il giro d’affari dell’Italian sounding superi i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nel 2009). Anche i forniti dati dall’Icc (Counterfeiting Intelligence Bureau, Centro studi delle Camere di Commercio internazionali) confermano l’elevata presenza su mercati mondiali di prodotti alimentari “taroccati”. Secondo Icc sarebbero falsi 3 (sedicenti) prodotti italiani su 4.

Per combattere il fenomeno sono necessarie:

- una legislazione di livello nazionale ed europeo costantemente aggiornata relativa anche all'antiriciclaggio per i doganalisti;
- cooperazione tra organismi pubblici e privati, campagne di informazione tese a far conoscere i rischi cui si va incontro acquistando prodotti contraffatti o fabbricati in contrasto con le norme relative alla tutela del consumatore (additivi, coloranti, materiali dannosi alla salute);
- introduzione di nuove tecnologie nell'azione di controllo come la tracciabilità del farmaco, introdotta in Italia dal 2003, che consente, attraverso un bollino d'identificazione a lettura ottica di seguire in una banca dati centralizzata tutte le fasi di vita del prodotto.
- Tale sistema ha consentito di sferrare un duro colpo al mercato delle falsificazioni dei prodotti medicinali nella rete di distribuzione nazionale;
- deposito IVA: prevedere una autorizzazione d'uso al deposito d'IVA richiesta preventivamente all'Agenzia delle Entrate o, in alternativa, una fideiussione bancaria versata per poter usufruire del suddetto istituto.

Tale pratica si rende necessaria per contrastare fenomeni di imprese nate per consentire il transito e la commercializzazione dei prodotti favorendone la vendita a prezzi più bassi in quanto non gravate dall'IVA realmente dovuta.
Per questa ragione le iniziative intraprese dalla Filctem, dalla Flai e dalla Fillea possono trovare nella Campagna nazionale un momento di convergenza per fare un ragionamento di sistema sulla lotta e contrasto alla contraffazione, potenziamento delle  procedure di tracciabilità dei prodotti, rafforzamento delle filiere di qualità e sviluppo e crescita del valore economico, dimensionale e occupazionale dei settori coinvolti dal fenomeno.