Elusione, evasione, fiscalità

Non c’è vera democrazia se non c’è democrazia fiscale. L’Italia deve trovare la forza per affrontare in termini nuovi e decisivi il problema dell’evasione fiscale che rende i contribuenti assai diversi di fronte allo Stato. Dal confronto tra il sistema fiscale italiano e quello di altre realtà internazionali di simile struttura (stesse tipologie di imposte, aliquote non troppo diverse, ecc.), le principali differenze che emergono sono:
il peso eccessivo dell’Irpef sui redditi fissi;
la dinamica e l’entità dell’evasione, enormemente più elevata in Italia che negli altri paesi;
la minore tassazione sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e, in generale, sulla “ricchezza improduttiva”.

Il sistema fiscale italiano si dimostra “sbilanciato”, poiché conta su un gettito negli ultimi anni composto, da un lato, da una forte incidenza delle imposte indirette (45% del totale, di cui l’IVA ne rappresenta il 60%, ossia il 27% del totale delle entrate), e dall’altro, dalla quota IRPEF sul gettito delle imposte dirette che assume un peso particolarmente rilevante (70% delle imposte dirette e 38% del totale delle entrate), considerando che tale quota per l’87% è formata da reddito da lavoro dipendente e da pensione. Ciò crea un’evidente distorsione a svantaggio della redistribuzione del reddito verso il lavoro, dell’equità e della stessa crescita. Siamo i primi in Europa per pressione fiscale sul lavoro (Eurostat, 2007), e ai primi posti nella classifica della disuguaglianza interna ai paesi più sviluppati stilata sulla base dell’indice della concentrazione del reddito.

L’evasione in Italia, secondo l’ISTAT, produce circa 130 miliardi di euro di mancato gettito ogni anno, quasi il doppio di quella che si registra in Francia, Germania e Regno Unito, e quasi quattro volte quella presente in Austria, Irlanda e Olanda. Tutti i più autorevoli istituti di ricerca stimano che in Europa, con una percentuale che raggiunge il 24% del PIL, l’Italia sia seconda solo alla Grecia come presenza di economia sommersa.

Si tratta di dati molto preoccupanti, che pesano sui contribuenti onesti, riducono la competitività di larga parte delle imprese, determinano iniquità e disarticolano il tessuto sociale e che, per le medesime ragioni, vanno drasticamente ridimensionati. Serve una vera strategia di contrasto all’evasione fiscale per l’equità e per lo sviluppo Finora tutte le misure intraprese dal Governo attuale si sono dimostrate sbagliate, inadeguate e insufficienti a rispondere ai problemi della disoccupazione, della crescita e della povertà generati dalla crisi.
La reintroduzione da parte dell’attuale Governo, che col suo insediamento le aveva cancellate, di parte delle norme anti-evasione vigenti nella scorsa Legislatura non è sufficiente. Inoltre la recente direttiva della Direzione dell'Agenzia dell'Entrate,  che riduce del 20% il target degli accertamenti nei confronti di imprese di piccole dimensioni e professionisti, non va nel segno di un potenziamento né del controllo né tanto meno di capacità di accertamento dell'Agenzia.

Tenuto conto che l'attività di accertamento e lotta all'evasione nel 2010 aveva recuperato allo Stato 10,6 Mld di euro, non appare sufficiente come viene indicato nella nota “mantenere l'obiettivo monetario assegnato” a fronte di presumibili 45 mila controlli in meno. Con ricadute sull'organizzazione del lavoro e sul controllo di legalità.
Solo attuando una strategia più ampia di lotta all’evasione, all’elusione, agli sprechi e alla corruzione, si può immaginare di invertire un processo culturale ormai centrale per riportare equità e efficienza nel sistema economico-produttivo.

A tal fine, la CGIL ritiene che serva un Patto fiscale all’insegna di una cultura dell’equità e della legalità che unisca e conquisti il consenso di tutti i contribuenti onesti con l’obiettivo, condiviso da tutti gli attori istituzionali e sociali, di recuperare un gettito annuo pari almeno al 10% degli oltre 130 miliardi stimati di imposte evase. Ciò può essere conseguito, da un lato, se si rende più efficace ed incisivo il sistema posto a presidio della legalità e, dall’altro, introducendo misure atte a rafforzare i diritti del contribuente.
In tal senso, la CGIL è convinta che l’incremento delle entrate attraverso il contrasto all’evasione fiscale sia uno strumento indispensabile per la produzione delle risorse necessarie al sostegno, alla ripresa e al riequilibrio dei conti pubblici, nonché alla realizzazione di qualsiasi progetto di riforma fiscale.

Per ristabilire la legalità fiscale la CGIL propone i seguenti interventi:

a) Strumenti di controllo in grado di bilanciare il legittimo interesse dei contribuenti alla semplificazione degli adempimenti cui sono tenuti e a non subire oneri eccessivi all’esplicarsi delle loro attività economiche e professionali, con quello altrettanto legittimo dell’erario a poter svolgere un'efficace attività di controllo. Nel passato, misure innovative sono state talvolta accompagnate da complicazioni eccessive, risultando di difficile attuazione. Queste hanno spesso facilitato la soppressione repentina di tali misure, senza che venisse neppure presa in considerazione la possibilità di una semplificazione degli adempimenti. Ciò è avvenuto ad esempio in materia di tracciabilità dei pagamenti, senza tenere nella dovuta considerazione che tanto più sono diffusi i pagamenti elettronici tanto minore risulta la dimensione dell’illegalità.
In questo stesso ambito, al fine di semplificare il rapporto fiscale delle partite IVA (8,5 milioni), occorre rilanciare il meccanismo dei cosiddetti “minimi imponibili”, che prevede la dichiarazione dei redditi semplificata per le partite IVA con reddito entro i 30.000 euro. Tale misura oltre a semplificare le procedure burocratiche potrebbe ridurre di fatto la platea dei soggetti con partita IVA assoggettabili ai controlli dell’Amministrazione finanziaria.
b) Per potenziare l’attività di contrasto all’evasione, è necessario un miglioramento qualitativo e quantitativo dell’attività di controllo e di accertamento dell’Amministrazione tributaria, utilizzando pienamente, raccordandole tra loro, tutte le banche dati in possesso della P.A.
Per far fronte alle sempre più diffuse e sofisticate modalità di evasione ed elusione fiscale, si propone dunque l’attuazione di nuove procedure dedicate alle attività di controllo, accertamento e contenzioso, che per la loro peculiarità richiedono modelli organizzativi flessibili, competenze e aggiornamenti professionali continui.
c) Creare un modello organizzativo che risponda alle esigenze proprie del nuovo scenario delineato dal federalismo fiscale, senza sovrapposizioni, duplicazioni e confusione dei ruoli, utilizzando al meglio le sinergie e le esperienze consolidatesi in questi anni.
d) Ampliamento del contrasto di interessi, che sappia, da un lato interessare l’area dei servizi alle persone e del commercio, e dall’altro prevedere strumenti adeguati, soprattutto di natura informatica, per contrastare abusi e comportamenti fraudolenti. Il contrasto di interessi, che incentiverebbe i cittadini a chiedere il rispetto delle regole, potrebbe, in una fase preliminare, essere attuato in misura selettiva su alcuni settori.
e) Potenziamento del ruolo degli enti locali, che va rafforzato attraverso un loro effettivo coinvolgimento nella strategia e nell’attività di contrasto all’evasione, a partire da una “lotta di prossimità”, maggiormente visibile sul territorio, ad esempio con una rivisitazione delle convenzioni stipulate dalle Regioni in materia di controlli dell’IRAP, per una verifica dei risultati e dell’effettiva rispondenza al principio di responsabilità in capo all’ente titolare dei tributi piuttosto che all’ente convenzionato. Gli enti locali debbono, in ogni, caso poter accedere alle banche dati sui tributi ad essi assegnati.
Sebbene i margini locali di autonomia siano ancora oggi piuttosto ridotti, considerato che le informazioni utili a contrastare l’evasione e l’elusione fiscale potrebbero essere attivate a livello nazionale, si potrebbe inizialmente immaginare un potenziamento delle forme di controllo a livello territoriale, in particolare sul lavoro sommerso.