La criminalità come zavorra economica

Uno studio realizzato dalla Banca d’Italia, presentato alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie (Pinotti, P., 2010), ha evidenziato come la presenza mafiosa nelle quattro regioni di origine (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) abbia prodotto un ritardo, in termini di mancato sviluppo economico, pari al 15 per cento del Prodotto interno lordo (Pil). Un ostacolo “endemico” al progresso economico e sociale del Mezzogiorno, un territorio che oramai “rappresenta un esempio significativo in termini di longevità storica delle organizzazioni criminali, in termini di infiltrazione nel tessuto produttivo ed istituzionale” (Commissione Parlamentare Antimafia, luglio 2010).

Nelle quattro regioni ad alta densità mafiosa le indagini relative alle diverse attività processuali hanno evidenziato un condizionamento della pubblica amministrazione esercitato prevalentemente su: appalti pubblici, sui finanziamenti comunitari, sullo smaltimento dei rifiuti e sul settore sanitario. Un condizionamento che spiega il nesso tra corruzione e criminalità organizzata confermando il consolidarsi del rapporto mafia – affari - politica. Lo scorso anno il presidente della Corte dei Conti ha stimato in 60 miliardi di euro il costo della corruzione, calcolando - per l’anno in corso - un incremento del 30 per cento. Gran parte di tale importo deve essere attribuito al fatturato mafioso. (Commissione parlamentare antimafia, Maggio 2011). Così la presenza delle mafie rappresenta un’ipoteca sulla crescita presente e futura di un territorio.

Lo studio della Banca d’Italia fornisce un’utile comprensione di quanto grande sia -  per il nostro paese - il rischio dell'infiltrazione mafiosa nei territori “non tradizionali” di tali fenomeni,  evidenziando, così, l’esigenza di un impegno - da parte dello Stato – che, oltre a contenere la “pervasività” della criminalità organizzata e a condurre un’efficace azione di contrasto, debba orientarsi anche verso un’efficace azione sul piano sociale ed economico volta a distruggere il suo “brodo di coltura”: il sottosviluppo1. La stessa Commissione parlamentare antimafia ha recentemente riconosciuto come nella lotta alla mafia debba essere abbandonata “la teoria dei due tempi”. Un’idea attraverso la quale la Mafia debba essere sconfitta, nel Mezzogiorno, prima con le forze di polizie e solo dopo con le opportune riforme economiche, sociali e culturali (Commissione Parlamentare Antimafia, luglio 2010; maggio 2011).

L’azione di contrasto del fenomeno mafioso deve oggi orientarsi da un lato, a contrastare la criminalità organizzata con le forze dell’ordine e, dall’altro, ad eliminare le precondizioni che favoriscono il radicarsi delle criminalità attraverso situazioni di sottosviluppo economico, sociale, civile. I dati di finanza pubblica evidenziano una progressiva riduzione nel corso dell’ultimo decennio dei trasferimenti statali e degli investimenti al Mezzogiorno, solo parzialmente controbilanciata dai finanziamenti dell’Unione Europea. Nel Mezzogiorno la spesa complessiva della pubblica amministrazione (spesa corrente e spesa in conto capitale) è più bassa rispetto al resto del paese. La spesa in conto capitale era al 41,2 per cento nel 2001, è scesa al 36,8 per cento nel 2005, è diminuita ulteriormente al 35,0 per cento nel 2007 e si è collocata al 34,4 per cento nel 2008 (ultimo dato disponibile per il 2009 è stimato intorno al 35,7 per cento). Si tratta di valori ben lontani da quell’obiettivo del 45 per cento che si era dato il governo e rappresentano nei fatti un vero e proprio disimpegno.