Sicurezza del Territorio

Speculazioni, economia sommersa, attività illegali e criminose sono il magma  in cui versano ambiente e  territorio nel nostro Paese.
Nello specifico, i danni subiti dall’ambiente e dal territorio sono enormi.
Secondo il Rapporto Ecomafie 2010 l’immenso giro d’affari sporchi, che si aggira intorno ai 20,5 mld di euro, non accenna a diminuire, nonostante la crisi economica. Ciclo dei rifiuti, ciclo del cemento, reati contro la fauna, reati contro l’ambiente (terra, mari e coste) restano i campi privilegiati delle Mafie. A questi si aggiungono i traffici internazionali di opere d’arte e di reperti archeologici, per volume secondo soltanto al traffico di stupefacenti.

La situazione conferma la potenza delle mafie nel nostro Paese ed evidenzia come le attività legali convivano con una illegalità assai diffusa, dai confini indefinibili, che porta alla rovina l’economia, l’ambiente ed il territorio in cui viviamo e ci espongono a rischi crescenti.

Ci troviamo ormai in una situazione esplosiva cui si aggiungono i cambiamenti climatici, determinanti nella variazione delle quantità di piogge cadute negli ultime anni, in cui si alternano periodi di piovosità eccessiva ad anni di siccità con il conseguente aumento del rischio di frane e alluvioni.

Il rischio geologico-idraulico caratterizza ampie aree territoriali del nostro Paese. Le dimensioni del fenomeno vengono rese chiaramente da una panoramica di alcuni degli eventi che hanno interessato il territorio italiano: 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi 80 anni, 70.000 persone coinvolte e 30.000 miliardi di danni negli ultimi 20 anni.

Secondo i dati forniti dall’Ispra sono ben 5.581 comuni italiani (68,9% del totale) che ricadono in aree classificate ad alto potenziale rischio idrogeologico. La superficie nazionale, classificata a potenziale rischio idrogeologico più alto, è pari a 21.551,3 Km2 (7,1% del totale nazionale) suddivisa in 13.760 Km2 di aree franabili e 7.791 Km2 di aree alluvionabili.

La regione con il maggior numero di comuni interessati (1046) è il Piemonte, mentre la Sardegna è la regione con il minor numero (42). Le regioni caratterizzate dalla percentuale più alta (100%), relativa al numero totale dei comuni interessati da aree a rischio potenziale più alto, sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta, mentre la Sardegna è quella con la percentuale minore (11,2%) (dati forniti dal Ministero dell'Ambiente e Tutela del Territorio).

Negli ultimi venti anni la superficie forestale nazionale ha subito un incremento di circa 156 mila ettari (+2% nel periodo 2000-2010) raggiungendo un’estensione complessiva di circa 9 milioni e 150 mila ettari. Questi fenomeni che sono dovuti prevalentemente all’abbandono delle superfici agricole (-15,3% dal 1992 al 2007) non hanno sempre impatti ambientali positivi. In queste aree, infatti, in mancanza di prassi di gestione forestale sostenibile, crescono i rischi di fenomeni di dissesto idrogeologico e la probabilità di incendi boschivi. L’opera dell’uomo appare, inoltre, fondamentale per preservare il contributo che le foreste italiane forniscono alla conservazione della biodiversità naturale e alla qualità dei paesaggi montani. Senza una attenta gestione dei boschi italiani non sarà, inoltre, possibile valorizzare il contributo che le superfici forestali forniscono alla lotta ai fenomeni di cambiamento climatico grazie alle loro capacità di  fissazione della CO2 formalmente riconosciuta nell’ambito dei negoziati per l’implementazione del Protocollo di Kyoto.

In Italia la competenza in materia forestale è affidata alle Regioni alla luce del decentramento sancito dalla riforma del Titolo V della Costituzione (Legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001). In molte Regione del Meridione sono in particolare le Amministrazioni provinciali e le Comunità Montane ad operare in delega nella gestione del patrimonio forestale regionale. Il processo di riforma delle autonomie locali avviato con la Legge Finanziaria del 2008 (Legge 24 Dicembre 2007, n. 244. Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato) con la revisione o con la soppressione delle Comunità Montane ha creato una situazione di indeterminatezza e di vuoto nelle competenze in materia forestale in molte Regioni del Paese. I continui tagli alla spesa imposti dal Governo sempre alla ricerca di misure di contenimento del debito pubblico riducono le risorse messe a disposizione dei bilanci regionali mettendo in discussione la fattibilità concreta dei piani di lavoro annuali programmati da Province e Comunità montane. D’altronde l’opera di manutenzione del territorio garantita dai lavoratori forestali offre benefici all’intera collettività che non vanno sottovalutati e che necessitano di risorse finanziarie adeguate per programmare e realizzare nel medio e lungo periodo una azione complessiva di riassetto idrogeologico e di messa in sicurezza del territorio nazionale.

Secondo un rapporto della Protezione Civile i Comuni interessati al rischio frane e alluvioni sono 5581 e corrispondono al 68% delle aree franabili e alluvionali del Paese.

La situazione conferma la necessità di interventi prioritari in ordine a:
- Lotta all’economia criminale, con l’adozione di misure di contrasto efficaci e di controllo mirato, con un’opera programmata di repressione degli abusi.
- Qualificazione della spesa pubblica  per eliminare sprechi, speculazioni e la logica dei “profitti privati e oneri pubblici”, che assorbe ingenti risorse finanziarie e  depriva quelle ambientali.
- Riqualificazione, attraverso l’intervento pubblico e fondi destinati, delle tante aree abbandonate e degradate, che attendono da molto tempo opere di bonifica. Il loro recupero e messa in sicurezza possono innescare iniziative imprenditoriali, sia in campo produttivo, sia nei servizi (turismo).
- Piano Nazionale per la manutenzione e la tutela dei fiumi e dei versanti, con l’abbattimento delle strutture abusive nelle zone a rischio e con interventi di prevenzione, al fine di coniugare sicurezza e tutela ambientale, perseguendo per tale via la riduzione della spesa causata dai disastri idrogeologici.
- Realizzare strutture ed impianti che consentono la chiusura del ciclo di rifiuti sulla base de del massimo riuso e del riciclo e riducendo al minimo il conferimento in discarica e l’incenerimento.
- Introdurre la tracciabilità dei rifiuti e l'incentivazione alle filiere dell’industria e della distribuzione, al fine di ridurre l’uso delle materie prime e le quantità di rifiuti prodotte.
- Applicazione di nuove tecnologie satellitari per il monitoraggio ed il controllo del territorio in stretto collegamento con gli EE.LL e le istituzioni preposte al controllo del territorio ed al contrasto delle attività abusive e criminose.